PierfrancoISE 7FONDATION LOUIS VUITTON

di PIERFRANCO FORNASIERI

A Parigi, per l’ennesima volta, con la fotocamera in mano, assieme alla voglia di intercettare storie altrui e fermarle in maniera tale da evocarne altre, e altre ancora.

Mi metto spesso alla ricerca dell’insolito nel modo in cui piace a me: da solo, senza parlare, senza mangiare, senza neppure troppo dormire; solo la fotocamera in mano, i miei occhi e l’adrenalina data dallo spettacolo del mondo che mi si dispiega davanti, lento e inesorabile.

Quando sono in questo stato mentale, i malcapitati che hanno l’ardire di volermi accompagnare si pentono presto della decisione presa. Se non rientrano nelle mie inquadrature non ricevono attenzione, se mi fanno una domanda non ricevono risposta o la ricevono dopo ore, quando ormai non ricordavano neppure di aver chiesto qualcosa. Mi osservano da qualche parte, con la mente rivolta altrove, fermo, magari da decine di minuti, in attesa che ciò che ho già visualizzato, si decida a realizzarsi davanti al mio obiettivo. Per poterlo fermare una volta per tutte.

In questa occasione mi trovavo presso la Fondation Louis Vuitton, all’interno di un famoso giardino parigino. La struttura architettonica moderna si sviluppa su più piani. In quello più in basso, laghetti e corsi d’acqua artificiali si fanno spazio in mezzo a colonne a specchio. Le persone camminano su passaggi discreti, distribuiti fra l’acqua e il colonnato.

Io ho scelto il piano superiore. Scelgo spesso una posizione sopraelevata rispetto ai miei soggetti: mi aiuta a padroneggiare la situazione, prevedere facilmente cosa accadrà e a comporre l’immagine senza troppi intoppi. Ma soprattutto mi aiuta a rimanere invisibile.

Avevo notato l’uomo da un po’ di minuti. Camminava lentamente sotto il colonnato. Andava avanti e indietro e si fermava spesso, come se avesse bisogno di riposarsi. Ho notato che le colonne riflettevano ciò che avveniva a distanza: dall’altra parte dell’acqua, dove passavano altre persone. Ho cercato una posizione che mi permettesse di avere un bel taglio di luce assieme alla possibilità di vedere riflesse alcune persone nello specchio. Ho deciso l’esposizione della fotocamera e ho aspettato, con pazienza, che l’uomo con il bastone si avvicinasse. Quando è arrivato in zona, ho scattato una manciata di volte. Quando mi sono accorto che nello specchio in alto si vedeva un po’ troppo delle persone che venivano riflesse, sono salito velocemente su un gradino, aumentando la mia altezza di quanto bastava per fare in modo che nel riflesso comparissero invece solo le loro gambe.

Sono riuscito a fermare in alto l’immagine di gambe vigorose, riflesse in colonnati che a loro volta evocano sensazione di stabilità e forza, in relazione con una figura umana in basso dall’andatura traballante e incerta a tal punto da dover usare un bastone. Mi ha aiutato il fatto che le due figure, che interagiscono fra loro discretamente e in armonia, su un piano quasi onirico, siano anche vestite in maniera molto simile; alimentando il gioco fra il racconto metafisico, l’indefinito e l’inquietante.

Scatto di Pierfranco Fornasieri